domenica, 25 gennaio 2009
postato da: criticomistico alle ore 09:00 | Permalink | commenti
categoria:
martedì, 30 dicembre 2008

Cari Amici,

Ho deciso di sospendere questo blog per un tempo indeterminato, forse relativamente breve, forse no. Passerò ogni tanto a commentare i vostri post, ma nulla più.

...Sospendo: lascio in sospeso il discorso (dai molti rivoli) che questo blog è (stato). Non si tratta di una Fine, nel senso di una conclusione definitiva. D'altronde, non penso che riprenderò il suddetto discorso senza modificarlo sensibilmente - ma non ho idea di quando lo farò, né come. Non ne so proprio nulla, sto nella sospensione... che, non lo nascondo, potrebbe anche rivelarsi una "morte" del blog (già, come la morte vera, che non conclude nulla, ma fa rimanere in sospeso tutto, interrompe sempre senza finire davvero)...

Vi auguro un buon inzio d'anno nuovo, e vi "lascio" lasciandovi in balia di una frase altrui che trovo molto bella - e quantomai adatta alla circostanza.

CriticoMistico

[...] Ora, si tratta semplicemente di una messa in disparte, in modo da lasciare a un dono tutte le sue possibilità senza la più piccola memoria di sé: in fin dei conti, non un corpus ma un mucchio di cenere, per nulla preoccupato di conservare la sua forma, appena appena un riparo senza nessun rapporto con quello che ora, per amore, ho fatto per voi e che adesso vi dirò -

[ Jacques Derrida, Feu la cendre  (trad.it Quel che resta del fuoco, ed. SE) ]

 

postato da: criticomistico alle ore 02:02 | Permalink | commenti (10)
categoria:
sabato, 20 dicembre 2008
postato da: criticomistico alle ore 22:14 | Permalink | commenti (8)
categoria:
domenica, 14 dicembre 2008

[...]

Curioso come, senza il minimo imbarazzo, io riesca a essere nello stesso tempo un uomo e l'Uomo. Mentre rimugino se sia il caso di preparare la biancheria da lavare, sono anche un arco che si estende dai più remoti primordi fino alle ultime realizzazioni di ciò che mi sta davanti. Senza perdere neanche per un attimo il filo della quotidianità, sono il Mistero dell'essere, il suo orgoglio, la sua malattia e il suo tormento. L'amarezza dell'umanità. Il furore dell'umanità. Lo scatenamento dell'umanità. Il silenzio dell'umanità.

[...]

 ... una volta andata in frantumi la facciata del normale, la nostra collocazione nel cosmo ci appare quello che realmente è, vale a dire un abisso inconcepibile e, in quanto tale, capace di contenere qualsiasi cosa. Ma neanche di questo mi sarei preoccupato più di tanto, se non fosse stato per quel rettile annidato nell'oscuro seno dell'esistenza - se non fosse stato il Dolore - sì, se la Chimera non avesse comportato il dolore!

Il Dolore! L'unica cosa che conti - i crudeli occhi del Dolore in fondo a un pozzo buio - il "mi fa male" - quel dito implacabile trasformava in realtà tutto quel che toccava - perfino le fantasie diventavano vere a contatto con la realtà del dolore. [...] L'abbaiare di un cane, un pappagallo, un fruscio di carta, tutto era buono per ricamare i miei sordi, muti, ciechi arabeschi, di per sé così innocenti senza quel "mi fa male, mi fa male, dolore, dolore, mi fa male!" della bambina a sottendere i miei sogni!

[...]

Sprizzano idee sublimi - non sarà per la pressione dei sederi schiacciati?

[...]

Incontrare continuamente nuove varianti d'uomo - ciascuno con una diversa umanità - e sapere che queste varianti non hanno fine - che ci grava addosso un'infinità di altre possibili combinazioni - e che non esiste uomo che, prima o poi, non risulti possibile... Ma è un abisso interiore! Lo scatenamento senza fine della fantasia! La distruzione delle norme psicologiche, morali e d'ogni genere! Altro che spirito: è questo complotto dei corpi, il cui coito genera sempre nuove varianti, a farti esplodere!

[...]

Fare lo spiritoso?

Oh no... Non fa per me. Non contateci. Non sono il tipo che diverte il prossimo con le spiritosaggini...

Ma che fare se la Spiritosaggine ti fa la posta, se ti accerchia da tutti i lati?

[...]

Io bastian contrario, io spettrale, io divertito, io torturato, io vivo, io morente.

[...]

postato da: criticomistico alle ore 03:10 | Permalink | commenti (8)
categoria:
lunedì, 08 dicembre 2008

1. Casanova, l'imprendibile. Non letto, è nella stessa irritante situazione di Sade: si crede di conoscerlo, e non se ne sa nulla; vittima del suo nome fattosi stereotipo. A leggerlo, come Sade, apre prospettive inedite, non smette di sorprendere e di intrattenere ("intrattenere" al modo di un conversatore che "brilla" della sua personalità e i cui discorsi ci "chiamano in causa", ci in-trattengono - non al modo di uno spettacolino che "diverte", distrae da ogni pensiero).   E ovviamente, sempre come Sade, Casanova mostra la complessità, la mobilità di un momento storico cruciale dell'avventura moderna, anch'esso quantomai vittima del suo nome e ridotto a stereotipo: il Settecento.

2. Due libri tentano di "essere giusti" con Casanova, di restituirgli la grandezza che merita (non solo e non tanto come seduttore, ma come scrittore, pensatore - e soprattutto: scopritore e suggeritore di stili filosofici di vita): Elogio del libertino di Franco Cuomo (ed. Newton Compton) e Casanova l'admirable di Philippe Sollers (ed. Gallimard). Due libri che assumono volentieri veste di pamphlet, di polemica: Casanova, Modello di vita, contro la volgarità (anche e soprattutto "sessuale") contemporanea. Due libri che contengono intuizioni importanti... ma ai quali, dopotutto, Casanova sfugge. Casanova è imprendibile anche per i suoi apologeti: il suo respiro è troppo ampio, la sua libertà tale da non essere "funzionale" a nessuna apologia, a nessun discorso che procede per contrapposizioni rigide. Egli è davvero, assolutamente, integralmente libertino.

3. Che cos'è un libertino? Un libertino non è semplicemente un seduttore, o un libero pensatore, e nemmeno l'unione delle due cose in una sola persona. Il libertino è chi coltiva la propria libertà, nella direzione di una indipendenza nomade e variabile, variegata; un avventuriero (dell'esistenza, del pensiero, dell'erotismo etc): s'avventura, apre strade, esperimenta, si re-inventa, insegue quel che lo seduce, esplora i molti e non si lega mai definitivamente ad alcunchè, non si limita e non vuole sentirsi limitato. Per fare ciò, per mantenere questo lusso, il libertino deve scendere a patti con la società in cui vive; in pratica, si comporta come un "adolescente sociale", perchè come l'adolescente non ha un "posto" (nel triplice senso di residenza fissa, connotazione sociale fissa e lavoro fisso), è un jolly tra i gruppi, le classi, le categorie, attraversa diversi ambienti senza appartenere ad alcuno - e come l'adolescente ha un rapporto strutturalmente irresponsabile verso la società. Il libertino (adolescente dalla mente adulta, quindi avveduto e scaltro) si adatta strategicamente (cinicamente) alla società, cercando sempre di sfruttarla per i suoi scopi, i suoi piaceri, trattandola come una rete di potenziali occasioni per sé. Si sente contemporaneamente dentro e fuori di essa: è insomma un opportunista - e sovente, di conseguenza, un umorista.

4. Due esempi (davvero significativi) dell'imprendibilità libertina di Casanova, e dell'insufficienza a renderla nei due libri segnalati:

Il primo riguarda l'atteggiamento di Casanova verso i cosiddetti Lumi. Per Cuomo, Casanova è un anti-illuminista, ma moderno, in anticipo coi tempi, già romantico, già decadente, persino surrealista (il surrealismo "sentimentale" di Breton): in quanto alchimista, cabalista, filosofo cristiano eterodosso, Casanova sarebbe attento a quella dimensione del non-razionalizzabile che i razionalisti ignorano o negano. Per Sollers, all'opposto, Casanova è in sostanza un uomo dei Lumi che lotta contro la superstizione, e le sue affermazioni "religiose" sono tranquillamente traducibili in linguaggio (e in un atteggiamento) laico, volto a riconoscere (e a rapportarsi con) il caso e il desiderio, senza trascendenza alcuna.

Pro-illuminismo, anti-illuminismo: tutto ciò non interessava a Casanova, e non dovrebbe interessare nemmeno a noi, se vogliamo avvicinarlo. Il punto è che Casanova è libertino in materia di religione come in ogni cosa, e perciò adotta, a seconda della circostanza e dell'opportunità, differenti registri, dal fervore al disincanto. Ovviamente, questo comporta che, imprendibile, egli non possa prendere sul serio niente fino in fondo, sicchè i due opposti estremi della fede pura e del puro ateismo sono esclusi a priori: essi metterebbero fine al gioco, al mettersi in gioco nell'avventura del vivere che è un intrattenersi col divino come con l'umano. La religiosità di Casanova è religiosità del gioco. Se essa è socialmente opportunistico-umoristica, intimamente non è priva di una sua profondità. Il motto casanoviano sequere deum la sintetizza mirabilmente: bisogna "seguire il dio" (la Provvidenza, il Destino), ovvero abbandonarsi, affidarsi all'imponderabile che "decide" là dove noi non siamo in grado di decidere, lasciarsi andare ai suoi doni e ai suoi suggerimenti. Religiosità che, forse memore del binomio machiavelliano virtù-fortuna, sembra già prefigurare il pensiero batailleano della chance: al culmine della ricerca di libertà individuale, la coscienza estrema di essere sospeso, in un nulla denso di futuro, partecipe di un brulicante "gioco dei mondi" che spezza ogni pretesa di individualità chiusa.

5. Il secondo esempio, tocca un punto che non si può non toccare con Casanova: quello dell'eros. Stavolta, troviamo Cuomo e Sollers d'accordo. Entrambi si impegnano a difendere Casanova dall'"accusa" (formulata da una versione a dir poco grezza della psicoanalisi) di "omosessualità latente": l'inquietudine casanoviana del correre dietro a molte donne "dimostrerebbe" un non-riconoscimento di una natura omosessuale che è quindi la "verità repressa" di Casanova. Questa argomentazione è ridicola, e non meriterebbe alcuna attenzione... se non fosse che "il fronte cuomo-sollersiano", inbastendo la sua contro-offensiva, si dimostra altrettanto ridicolo, lasciandosi sfuggire l'occasione di dire qualcosa di fondamentale, qualcosa che affonderebbe ancora più lo piscologismo spicciolo dell'avversario...

Cuomo e Sollers negano (o meglio, minimizzano al massimo, perchè negare veramente non è possibile) le avventure erotiche "al maschile" di Casanova, quando sarebbe stato opportuno proprio evidenziarle: Casanova non è catalogabile come omosessuale, men che meno "represso" appunto perchè, tra le molte avventure con donne, se ne concede qualcuna con uomini, con una tranquillità che, evidentemente, "fa problema" sia allo psicologo che all'apologeta, perchè è "fuori dagli schemi". Si è di fronte a una effettiva differenza storico-antropologica: le categorie di eterosessualità, omosessualità (e bisessualità, in quanto derivata dalle prime due) non possono rendere conto di un modo di vivere l'eros che non si articola secondo identità (chiuse, che si approfondiscono nel loro campo escludendosi le une dalle altre) ma secondo preferenze (aperte, che si relazionano ad altro, si diversificano, ammettono eccezioni come giungono a precisazioni). Casanova appartiene a un mondo di gusti, non di -sessualità, mondo nel quale l'elemento singolare (personale ma anche: locale, dipendente dalla situazione, spesso occasionale) del gusto è coltivato, discusso - e pertanto anche messo in discussione. Casanova stesso discute continuamente dell'amore, delle donne, e spesso "si contrappone" a chi ha preferenze "maschili", ma non fa alcuna apologia o auto-difesa di una propria identità (e men che meno di una Norma). Casanova  si trova al di qua dei discorsi "scientifici" sul sesso che verranno. I suoi discorsi sono interamente "umanistici", nel migliore senso del termine. In questo, forse, il libertinaggio è inevitabilmente, strettamente legato a un tempo, a una "mentalità".

6. Prendendo a prestito le riflessioni di Gilles Deleuze (nel libro Il freddo e il crudele, ed.ES) si può dire che, in Sade, l'Ironia Filosofica, nella sua Rivolta, nega tutto, fino ad approdare alla Dissoluzione Perpetua. Sade è il maestro dell'ironia glaciale (dagli esiti grotteschi). Leopold Von Sacher-Masoch, invece (che sta al "masochismo" come Sade sta al "sadismo") è umoristico: la sua scrittura non procede per negazione esplicita, ma per smontaggi dall'interno, per storpiature, per torsioni e vere e proprie perversioni. La sua Donna Dominatrice è la versione perversa (intrinsecamente umoristica) della Donna secondo la lunga storia cristiana della rappresentazione dell'amore per le donne: fonte del Male come Eva, irraggiungibile e "divina" come Beatrice. Masoch porta a compimento il romanticismo (tardivo e fosco erede dell'erotica cristiana) in una parodia di se stesso che lo trasforma in gioco erotico e letterario (e gioco di ruoli che si insinua nell'esistenza e la "corregge").

Casanova è un proto-Masoch. Devozione per la Donna che "sfrutta" liberamente il cristianesimo per legittimarsi, e  che va di pari passo col libertinaggio e ha il suo precipitato nella scrittura "ossessiva" - devozione attraversata da un senso del gioco, del non esser mai serio fino in fondo. Devozione imprendibile, che vanifica la stessa distinzione tra "vero" e "falso". Il modo di amare (di dare forma all'amore) di Casanova, è questo. Rispetto a Masoch, si distingue per un connotato più decisamente picaresco, e per il suo atteggiamento "italiano", che oscilla tra cerimoniosità, irruenza e buffoneria. È un Masoch "di sangue caldo".

7. Sollers ha due grandi intuizioni su Casanova: è un maestro dell'evasione (non solo per la nota evasione dai Piombi di Venezia, ma per l'evadere come stile di vita, il viaggiare che è un protendersi oltre se stesso, fino alla scrittura della propria vita come evasione dalla solitudine e dalla vecchiaia); è l'anti-terrorista per eccellenza.

Il terrorista colpisce di preferenza luoghi di passaggio, di scambio, di transito, i cosiddetti non-luoghi (aereoporti, ambasciate, supermercati etc): sta dove sta il turista, è la sua Ombra, il suo Doppio Malvagio. Entrambi viaggiano su queste rotte programmate, l'uno convalidandole, l'altro spezzandole. Il libertino, invece, in quanto anti-terrorista, è anche anti-turista. Viaggia non per svagarsi, ma vive viaggiando, per lui il viaggio è "totale", significa avventure, incontri, cambi di rotta dell'intera esistenza. Il libertino vive su di sè l'ambiguità delle strade-radici (roots-routes): si radica viaggiando, vivifica e moltiplica le sue radici nei legami molteplici che "il dio" gli dona nel viaggio...

...Casanova: nato italiano (o meglio: veneziano, l'Italia non esisteva propriamente), scrisse in francese... e fu sepolto in tedesco, come "Jakob".

postato da: criticomistico alle ore 08:27 | Permalink | commenti (13)
categoria:
venerdì, 28 novembre 2008

[...] Any man of mechanichal talents may, from the writings of Paracelsus or Jacob Behmen, produce ten thousand volumes of equal value with Swedenborg's, and from those of Dante or Shakespeare an infinite number.

But when he has done this, let him not say that he knows better than his master, for he only holds a candle in sunshine.

(William Blake, The marriage of Heaven and Hell)

Qu'est-ce qu'une civilisation? Une impasse.

Non, Confucius n'est pas grand. Non, Tsi Hoang Ti n'est pas grand, ni Gautama Bouddha. Mais depuis on n'a pas fait mieux.

Une peuple devrait être honteux d'avoir une histoire.

Et l'Européen tout comme l'Asiatique, naturellement.

C'est dans l'avenir qu'ils doivent voir leur Histoire.

(Henri Michaux, Une barbare en Asie)

...Pensiero eccessivo, pensiero giustissimo. Dovremmo non sentirci dipendenti da Shakespeare, da Cristo, da nessuno e da niente, per creare. Alleggerirci, saper stare nella leggerezza, nel vuoto senza sostegni. Non si tratta ovviamente di dimenticare quel che si chiama "il passato", "le tradizioni". Ma di essere capaci di NUOVO (e a quel punto, se si "guarda indietro", si vede il passato aprirsi alla nostra vista - anche il passato è stato un'avventura, un mobile divenire, un aprirsi di vie mai scontate e un poter-essere altrimenti)...

D'altronde, il discorso si può ampliare...

La nostra intera esistenza reale - la genesi della terra, lo sviluppo su di essa di una vita organica, l'evoluzione dell'uomo dalle innumerevoli specie animali - s'impose contro probabilità statisticamente schiaccianti. Tutto ciò che è reale nell'universo e nella natura fu un tempo un'improbabilità "infinita".

(Hannah Arendt, La vita della mente)

...Potrà mai esistere una filosofia, addirittura una "mentalità" (una civiltà?) che scaturisca dal pensiero dell'eccezione, del miracolo - dell'impensabile?...

(...Questo post è chiaramente ridicolo, ridicolo perchè rischioso. Si può tranquillamente scambiare per una "tirata" quantomai solenne, quantomai pretenziosa. A un eventuale riso dello scherno e del sarcasmo, non oppongo niente, sono senza difese. Ma rido anch'io, di un altro riso, il riso senza perchè, senza peso, senza certezza. Non chiudo le questioni ridendo, ma ridendo le apro...)

postato da: criticomistico alle ore 11:22 | Permalink | commenti (9)
categoria:
mercoledì, 19 novembre 2008

[...]

Una di quelle pelli singolari, pronte ad arrossare, a scorticarsi, a lacerarsi, ma così aderenti al muscolo e all'osso, così lisce che tutto vi passa sopra senza toccarle.

Assumeva espressioni desolate, insicure, lo si sarebbe creduto in colpa. Accetterebbe di fare l'amore se non fossi io a dire di no, tanto sembra rassegnato. Siamo l'uno di fronte all'altro, mi guarda di tanto in tanto. Questo sguardo mi assopisce, mi disarma. Ecco una tregua, in cui non si morde più, non si ingiuria più, non si rischia più nulla, in cui cala una fatica che lenisce senza gioia.

[...]

Fiumi grigi attraversano le piccole città. Riflettono sempre un cielo livido. Tutt'intorno le case sono sudice e desolate. Il letto di questi fiumi è torbido, pietroso, vi si trascinano rifiuti miserabili; l'acqua si muove appena, non ne ha voglia, cattura, viene voglia di annegarsi solo a guardarla.

Il ragazzino assomiglia a questi fiumi.

[...]

Ci guardiamo sempre. Forse fa bene. Lo immagino, per ridere, come un nonno scarno dagli occhi pallidi. Taglia legna nel giardino, diserba le insalate e non sta mai con le mani in mano, con un dito sull'altro, sonnecchiando. Lo corico, il biondo vecchietto, nella bara, ormai è solo un bozzolo bianco e vuoto.

[...]

Non può volermene se mi sono messo lì. Un giorno avrà moglie e figli, io qualcos'altro o nulla. Ci proveremo. Ma sappiamo bene che non ne vale la pena, è troppo faticoso crepare così lentamente.

Il treno si ferma. È la sua città. Potrei scendere, seguirlo, sono libero di andare ovunque. Ma non ho voglia di verificare quel che ho pensato di lui: più nulla merita di essere vero.

(Tony Duvert, Recidiva, edizioni ES)

[ Inzio qui una serie di post che denomino "D'altri". Non avendo tempo per scrivere qualcosa di mio (quel che vorrei scrivere qui rischierebbe di assumere la dimensione di un saggio-fiume dai mille rivoli che toglierebbe il tempo necessario alla scrittura della tesi - e alla "vita reale") per un certo periodo, con scadenza più o meno regolare, metterò parti di testi d'altri, secondo modalità svariate (estrapolando un pezzo da un testo solo, incrociando testi di diversi autori o del medesimo autore, seguendo fili rossi, "riunendo gli opposti" o "producendo differenze" nei simili). "Parlerò" (cioè: scriverò) attraverso gli altri, come mi è già capitato di fare in questa sede; attraverso modificazioni ("alterazioni degli altri") anche minime, per esempio solo grafiche o di "cornice" (la titolazione mia che suggerisce un senso "nascosto" nel/i testo/i d'altri).

Esercizio di de-scrittura: tacermi, per lasciare la parolaEsercizio di ri-scrittura: parlare, prendendo a prestito altre voci.

Per quanto riguarda questo post, ho voluto estrarre (da un libro discontinuo, riscritto dal suo stesso autore, definito "brutto" da un mio amico, e che non ho letto nemmeno per intero e che forse non m'interessa finire; un libro indubbiamente, palesemente "pornografico" - ma di ciò mi disinteresso, non m'importa nulla della "pornografia"...) un "momento" che sembra un arrendersi dello sguardo (allo sguardo?... del pensiero - al pensiero?), uno sguardo che da erotico si fa meditativo, da malinconico si fa letteralmente desertico... Consumazione&desolazione del desiderio... "Momento" che mi sembra un giusto proseguimento (nella differenziazione, nello spostamento di toni e di temi) ai precedenti post "libertini", su Sade e sull'angelico-libertino...]

postato da: criticomistico alle ore 20:04 | Permalink | commenti (6)
categoria:
domenica, 09 novembre 2008

1. Sade è il grande amico dei solitari non-romantici.  (Come, in altro modo, lo è Nietzsche). I suoi lettori più affezionati sono costoro, credo, non gli erotomani.

2. Sade è un ibrido. Non è mai qualcosa di preciso (pur essendo immediatamente riconoscibile) ma partecipa dei molti. È un incrocio, è agli incroci: tra fanciullezza e criminalità; tra il libertinaggio raffinato, individualistico e l'oscenità impersonale, meccanico-robotica; tra filosofia e letteratura (e tra prosa e teatro). Essere agli incroci: la posizione ideale dello scrittore nei confronti della vita: curiosità e libertà,  esplorazione e ironia, scoperta e invenzione.

3. Dice il proverbio nietzscheano: "Quel che non mi distrugge, mi rende più forte". Sade avrebbe potuto dire di sé: "Quel che mi distrugge - mi rende più forte. E viceversa".

4. Sade, forse, non è quel che si ritiene un grande scrittore. Ma indubbiamente è uno scrittore grandioso nel portare al parossismo e alla consumazione irrefrenabile le parole, i discorsi, le retoriche, i ragionamenti, gli stili... in una parodia ipertrofica, davvero indecente. In questo, è (nella storia europea della prosa) l'anello di congiunzione tra Rabelais e Joyce.

5. A quanto ho visto, i vari film su Sade, sulla sua vita (volti magari a "ridimensionarlo", a "umanizzarlo") sono spaventosamente noiosi e limitati, dicono quel che non importa, quel che il lettore già sa, può intuire da solo e non ha bisogno o voglia di sapere. Quelli "ispirati" a Sade (o che lo "citano" palesemente) sono timorosi e rigidi (al confronto della fantasia sadiana), e spesso ridicoli tanto sono stereotipati. (Pasolini ha cercato di sfuggire a questa impossibilità di visualizzare Sade, in un allestimento crudo, diretto, e al contempo simbolico, emblematico - e prendendo a prestito Sade per parlare d'altro, non di Sade).

Forse, potrebbe rendere Sade e il suo universo solo un film esplicitamente ibrido, dissonante e polivalente, sia "realistico" che "fantastico" - che fosse, mettiamo, Arancia Meccanica con Barry Lindon.

6. Sade e Kafka. Entrambi gettati(si) nella scrittura, come escrescenza e dissoluzione di una vita (grafomani in questo senso). Entrambi scrittori fantastici, fantasmatici, fantasmagorici, eppure al modo di una eccessiva padronanza della macchina discorsiva, del discorrere-ragionare-narrare. Entrambi lucidamente allucinati. Entrambi "pornografici", estremizzatori del sesso nel comico-disgustoso-sguaiato. Entrambi costruttori poetici di metafisiche insolenti, insostenibili, paradossali. Entrambi associati (in vari equivoci rivelatori) ai totalitarismi politici. L'uno, il culmine (accecante) del Settecento; l'altro l'inizio (sfolgorante) del Novecento.

E, infine, entrambi in rivolta contro la famiglia, e poi la società tutta. Sade al suo modo frenetico-esibizionista, Kafka al suo modo mite-subdolo. Entrambi fanciulli irriducibili, troppo cresciuti, però, in certe sensibilità e facoltà.

7. Sade è disprezzato/odiato dai laici-progressisti, dagli atei-moralisti, dagli (autoproclamatisi) "illuministi" del nostro tempo. Sade li irrita (li ha irritati e sempre li irriterà) perchè usa i loro stessi discorsi, ma portandoli fino in fondo (ovvero: aprendo il fondo) in una esasperazione "nichilistica". E fa bene. Il solo valore che possono avere "ateismo" e "materialismo" è quello di fare il vuoto, il deserto, sgomberare il campo dalle positività posticce, aprire gli occhi all'insostenibile, distruggere e indicare la distruzione come parte della verità, della vita stessa: il Negativo. Nessuna utilizzabilità ideologica, per questo filosofico, altissimo (cioè: bassissimo, sconcio) pensiero.

8. Il Grande Interrogativo di Sade è la Natura. Natura come potenza destabilizzante, creatrice-distruttrice. Quel che noi siamo e che subiamo, quel che ci è massimamente estraneo e massimamente intimo. Quel che si rivela nell'eros, nella violenza, nella sofferenza, nella prospettiva della morte (il "sadismo", filosoficamente, è quel che riunisce tali istanze). La Natura è il "senza fondo", che fa impallidire e sgretolare ogni Dio ragionevole-provvidenziale - ma è anche, ovviamente, ben altro rispetto alla Natura-buona(per il sociale), alla Natura-Ragione, alla Natura bio-logica.

9. A favore di Sade, contro i "progressisti sessuali": l'eros ha poco a che fare con il "piacere", con il pallido "star bene", e soprattutto non è gestibile entro una qualsivoglia "liberazione" politicamente corretta. L'eros è sempre scorretto, ed è meglio che liberatorio: è libero (perciò potenzialmente sempre traducibile in abuso).

D'altronde, l'eros è letteralmente innocente, è un gioco - che ci gioca, che possiamo modulare ma non controllare. Nell'eros si è sempre colpevoli della propria - espropriante - innocenza.

Sade non è prendibile nelle classificazioni psicologiche-sessuologiche, perchè le ha superate (prima che fossero coniate) nel gioco perverso infinito. Non c'è né etero né omo, e nemmeno trans-sessualità o trans-genderismo, perchè gli orientamenti sessuali, i sessi e i generi sono giocati, messi in gioco, mescolati e ricombinati e dissolti in pratiche sempre singolari (nel duplice senso di: uniche e bizzarre - eccezionali). L'erotismo libertino è un erotismo della pratica singolare (e della fantasia che la guida, ovviamente).

10. La violenza non è giustificabile. Essa è l'ingiustificabile per eccellenza. (Come ingiustificabile è quel che la violenza cerca e provoca: la sofferenza). Appunto per questo, è ciò che richiede infinite giustificazioni che coprano la sua ingiustificabilità assoluta, scandalosa. Se ne cerca di continuo la Ragione, ma questa Ragione manca. Sade mostra chiaramente che tutte le argomentazioni giustificanti sono ridicole, tutte le ragioni si mostrano irragionevoli nel non volere ammettere il non-razionalizzabile, il limite della ragione.

Soltanto l'empatia (esclusa quasi a priori dall'universo sadiano, ma questa esclusione si avverte) può arginare la violenza, empatia che non è razionalizzabile fino in fondo nemmeno essa. Ma l'empatia non basta: argina, appunto, nulla di più (Senza contare le sue "perversioni" che diventano altre forme di violenza).

Forse vi è qualcosa come un "segreto aureo" ricavabile da Sade: l'ingiustificabile (la violenza, la sofferenza, il male) può essere dissolto (disarmato, sebbene non possa essere tolto davvero) solo nell'indifendibile - nel gioco, nell'innocenza, nella non-serietà assoluta.

11. Non ho una sola opinione su Sade. Non ho detto tutto quel ho da dire su Sade, a partire da Sade. Non sono un fanatico di Sade. E Sade non è "il mio prossimo". Semplicemente, mi incuriosisce, senza fine, senza fondo.

12. http://www.rodoni.ch/busoni/sade/interpretazionisade1.html

 

postato da: criticomistico alle ore 12:01 | Permalink | commenti (13)
categoria:
mercoledì, 29 ottobre 2008

Da tempo penso che vi sia un  libertinaggio angelico. Nessuna provocazione, da parte mia, nel dire questo, nell'accostare "libertinaggio" e "angelico". L'aspetto provocante - o meglio, conturbante - della faccenda, è tutt'altrove.

Non è il libertino a essere angelo, è l'angelico a essere libertino.

L'angelico-libertino è volatile: vaga, si sposta senza sosta, e quando "c'è", in verità sfugge, e trascina via con sé. Non che sia capriccioso o volubile: l'angelico non segue alcuna volontà, alcuno spirito di appropriazione, alcuna nozione di identità, altrimenti angelico non sarebbe punto.

L'angelico-libertino ha poco a che fare con l'amore cosiddetto. Squisitamente a-sentimentale, semplicemente scevro da orpelli ostentati, da patemi passionali, da isterie rituali, da frivolezze leziose, da orgogli gorgoglianti, da vanità velenose - da pesantezze donnesche e/o mascoline. Dall'ammasso molto umano di bestialità "pensanti" che reclamano il loro diritto a rompere l'anima (letteralmente).

Non per questo, l'angelico-libertino è "fisico", nell'accezione piatta e ridicola che si dà a questo termine nel linguaggio comune (tra la riprovazione moralistica, la licenza stantia e l'assoluta, cocciuta incapacità di rilevare che mai evidenza è più misteriosa e abissale del cosiddetto "corpo"). L'angelico-libertino si situa dove la volontà tace (e l'amore non si dà), e dove il corpo si consuma istantaneamente, o si disperde elasticamente, docilmente.

L'angelo, per definizione, vola verso gli esseri umani; e vola per recare messaggi, messaggi divini; il suo volo non è propriamente un viaggio: l'angelo è il suo stesso volo, e l'angelo-volo è il messaggio stesso: nel suo manifestarsi volante, l'angelo "dice" il divino. Insomma, l'angelo esiste solo nel volo, solo nel messaggio, cioè solo nel tras-portar(si). Nè Dio nè Uomo, l'angelo è il contatto effettivo (e mai compiuto del tutto) tra questi due mondi, due dimensioni, due realtà, umana e divina. La sua "vita" non è quella dell' essere, nè di un ente. Nè di una esistenza. L'angelo è il rapporto nel suo farsi, l'allacciarsi di un legame, il formarsi di una connessione.

L'angelico-libertino è quindi il movimento libertino in quanto sensuale relazionarsi che reca in sé stesso un senso - un senso primo e ultimo, che fa "deporre le armi" e acceca gli occhi, sacro.

Tanti sono i messaggi divini, tanti sono gli angeli. L'angelico non è l'angelo isolato, è: angeli, al plurale. Pluralità diversa da quella umana, pluralità non politica, non comunitaria o societaria, non storica. Pluralità di istanti, variazioni infinite dell' "angelicità", mai perfettamente uguali tra loro, imparagonabili perchè non comprensibili, ma solo - esperibili.

Per questo, ogni raffigurazione pittorica o immagine poetica dell'angelo - degli angeli, dell'angelico nelle sue schiere - è insieme pregnante e insufficiente. Dall'angelo bambino-che-gioca, all'angelo terribile di Rilke, ogni ricostruzione umana di angelicità è un ricordo - già da sempre lontano - di esperienze singolari, puntuali, con quell'angelo, quel messaggio, quel volo.

L'angelico-libertino ha la sua pluralità, pertanto, non nella pluralità umana o dei libertini nell'orgia, o del numero copioso delle "vittime" (o conquiste) del libertinaggio. Ma è la pluralità delle situazioni, degli istanti, degli imprevisti felici e quant'altro si realizza al volo, (si) annuncia in un battito d'ali. Ciascun libertino è "preda" di diversi angeli, ciascun corpo può partecipare di molteplici angeli.

Le parole sono tremendamente stupide, imbarazzanti nella loro pochezza. Dicendo "sesso" si finisce nella psicologia, nella fisiologia, nell'anatomia. Dicendo "erotismo" si rischia la pseudo-raffinatezza posticcia, "culturale" (nonostante Bataille). Dicendo "osceno" si dimentica la fondamentale innocenza di quel che si vorrebbe indicare (nonostante Carmelo Bene). Rimane solo il rimasuglio della lingua del mito, rimane solo la tautologia simbolica: Eros. Fanciullo Alato-Messaggero. Nulla da aggiungere, nulla di spiegato. Fallimento totale e, insieme, assoluta vittoria del silenzio eloquente, mistico-erotico.

I due estremi (paurosamente normali, quasi paradigmatici):  l'innamorato, che "fa l'amore" (cioè: finge l'amore negli atti amorosi, lo costruisce, lo simula - l'amore romantico, d'altronde, non ha altra realtà all'infuori della finzione); l'erotomane, che "fa sesso" (anima illusionisticamente i corpi, che vede come inerti oggetti di piacere fisico-fisiologico, coi suoi fantasmi masturbatori).

Al contrario, il libertinaggio angelico (eccesso, eccentricità, ma di infiniti istanti) non è frutto di un "io" (e/o segno di un inconscio), è alter-azione. L'angelico-libertino è l'incontro erotico stesso, l'uscire da sé verso l'altro. Senza soggetto e senza oggetto decidibili, senza precedenti e senza domani, senza perchè (ulteriore, supplementare, estrinseco) e senza mancanza di senso (esibita nichilisticamente o invocata nostalgicamente). Senza presenza: estasi.

CUPI(D)O DISSOLVI

 

postato da: criticomistico alle ore 23:55 | Permalink | commenti (9)
categoria:
lunedì, 27 ottobre 2008

« La filosofia tenta di pensare ciò che le scienze non pensano, ciò che esse non vogliono e non possono pensare, ciò che esse a volte interdicono, ciò che esse impediscono di pensare, ciò che esse non pensano ancora, ciò che esse hanno dimenticato, ciò che esse hanno ricoperto, ciò che esse non sanno progettare.

Essa conserva come il suo bene più prezioso una libertà di pensare che le scienze, nelle loro procedure, non possono mai accordarsi. Essere filosofo è saper regolare questa libertà come potersi liberare dalle regole. »

[ da: Michel Serres, Genesi, ed. il melangolo ]

« La filosofia non sostiene che sia possibile un superamento finale delle contraddizioni umane, né che l'uomo totale ci attende nel futuro: come tutti, non ne sa nulla. Sostiene invece - ed è tutt'altra cosa - che il mondo ricomincia, che noi non dobbiamo giudicare il suo futuro in base a ciò che è stato il suo passato, che l'idea di un destino ferreo nelle cose non è un'idea, ma una vertigine, che i nostri rapporti con la natura non sono stabiliti una volta per tutte, che nessuno può sapere ciò che può fare la libertà, né immaginare quali sarebbero i costumi e i rapporti umani in una civiltà che non sia più assillata dalla competizione e dal bisogno.

Essa non pone la sua speranza in alcun destino, anche se favorevole, ma giustamente la pone in ciò che in noi non è destino, nella contingenza della nostra storia, ed è il suo abito di negazione che caratterizza la sua posizione.

Bisogna allora dire che la filosofia è umanismo? No, se si intende per uomo un principio esplicativo che si tratterebbe di sostituire ad altri principi. Non si spiega nulla con l'uomo, poichè esso non è una forza, ma una debolezza nel cuore dell'essere, non un elemento cosmologico, ma il luogo in cui tutti gli elementi cosmologici, per una mutazione che non è mai compiuta, cambiano di senso e diventano storia.

L'uomo ha contemporaneamente il suo luogo sia nella contemplazione di una natura inumana che nell'amor di sé. La sua esistenza si estende a troppe cose - o, per essere esatti, a tutte - per diventare essa stessa oggetto di autocompiacimento o per autorizzare ciò che si ha ragione di chiamare "fanatismo umanistico". »

[ da: Maurice Merleau-Ponty, Elogio della filosofia, Editori Riuniti ]

postato da: criticomistico alle ore 13:43 | Permalink | commenti (6)
categoria: